La discesa stava diventando sempre più cupa, il calore sempre più soffocante. Procedevamo in quella lenta immersione nelle tenebre, guidati solo dalla fioca luce di Aglar.
– Attenti! – esclamò Pharnabazos.
A pensarci bene, era una fortuna avere un nano a farci da guida in quelle profondità. Sentivo la luce di Varda sempre più lontana; poteva davvero raggiungerci fin quaggiù?
– O saltiamo o moriamo – disse ancora una volta il nano. Poi, lisciandosi la barba con amara ironia, aggiunse: – E qui non mi pare ci siano grandi saltatori… non io, almeno.
Un’ombra scavalcò improvvisamente tutti. Din si sporse con agilità felina; per lei non contava affatto che fossimo in un corridoio così stretto da obbligarci alla fila indiana.
– Hm, sì, direi che è abbastanza fattibile per me.
Pharnabazos si bloccò per un secondo, guardando Din in maniera accigliata, con l'espressione tipica di un nano che deve sopportare un elfo. – Tu prova a rifarlo, e ti spingo personalmente di sotto!
L’elfa accennò un ghigno senza rispondere, fece qualche passo indietro e balzò come se per lei la gravità non esistesse, sparendo nell’oscurità. Ci fu un attimo di silenzio. Per un istante, il pensiero che potesse essere caduta sfiorò la mente di tutti.
– Ci sono!
Emettemmo un sospiro di sollievo collettivo.
– Provo a legare una corda.
Non che l’idea mi piacesse particolarmente, ma non avevamo tempo per discutere. Eppure, c’era qualcosa che non andava: percepivo chiaramente che non eravamo soli. Sentimmo i passi di quella che sembrava una rincorsa, Din era pronta a lanciarsi nuovamente verso di noi per aiutarci. Ma il fruscio del vento mosso dal suo arrivo venne bruscamente rimpiazzato da un urlo, seguito dal rumore sordo di colpi violenti.
Din ce l’aveva fatta, ma aveva addosso un’enorme salamandra rossastra, aggrappata alla sua schiena. Non ci pensai due volte.
– Varda, tultá nin i cala ar i tirma! – esclamai.
Il mio corpo, la mia pelle, tutto di me si illuminò di un bagliore stellare. Finalmente riuscivamo a vedere. Alzammo lo sguardo per un attimo: eravamo circondati da quei mostri. Pharnabazos e Bröna estrassero repentinamente le armi. Aglar cominciò a intonare un incantesimo, mentre Callisto iniziò a scoccare le sue frecce con una rapidità letale.
– Non possiamo combattere qui, dobbiamo muoverci a scendere! – gridò Eliar.
Din non sembrava riuscire a liberarsi, quando un improvviso muro d’acqua scaturì sopra di lei, travolgendo sia l'elfa che il mostro, costringendo la bestia a mollare la presa. L’unico modo per salvarsi era usare la corda. Pharna, Bröna ed io ci scambiammo un’occhiata d’intesa: dovevamo tendere la fune per far scendere gli altri.
Eliar ci vide, prese Aglar per il braccio trascinandola con sé. – Dobbiamo muoverci!
Due erano riusciti a scendere. Din, appena liberata, riuscì con un ultimo balzo a raggiungere la corda e scivolare giù insieme agli altri, seguita da Callisto. I "pesi piuma" erano salvi, per ora. Restavamo solo noi tre.
– Andate voi, scendo io per ultima. Non c’era tempo per ribattere alla mia scelta, anche se potevo vedere chiaramente il dissenso nello sguardo di Bröna. Il nano fece un rapido cenno di assenso. Si stavano fidando di me e, per quanto potessi essere fallace, non potevo deluderli.
– Ci vediamo sotto allora. Stai attenta! – esclamò con un ultimo respiro il cavaliere di Rohan.
Usai tutte le forze che avevo in corpo e, senza riflettere, mi lanciai anch’io, rotolando alla cieca in mezzo a detriti rocciosi. La caduta sembrò infinita ma, alla fine, toccai terra. Eliar mi soccorse subito. – Dovresti essere a posto. L’armatura in questo caso non ti ha aiutata, amica mia. Ci penseremo dopo, ora dobbiamo muoverci.
La luce di Varda non era ancora svanita. Mi rialzai in fretta seguendo gli altri. Continuammo a correre, finché il terreno sotto di noi divenne improvvisamente pesante. Così pesante da costringerci a fermare. Il pericolo di prima sembrava svanito, ma c’era silenzio. Troppo silenzio.
Eravamo tutti sull’attenti, armi sguainate. All’improvviso, qualcosa si stagliò davanti a noi, enorme e immobile come una colonna di roccia. La sua pelle grigia, rugosa e screpolata, brillava appena alla luce fioca, e i suoi occhi piccoli e penetranti ci fissavano con un’intelligenza crudele e famelica. La bocca si aprì lentamente in un ringhio profondo; i denti storti e affilati scintillarono come lame arrugginite. Ogni suo passo faceva tremare il terreno e l’aria stessa sembrava vibrare del suo peso. Minacciosa e potente, la creatura si protendeva verso di noi. Non c’era esitazione in quel movimento: solo la minaccia palpabile di una forza brutale e incontrollabile.
– Beh, che dire, lo volevo proprio un nuovo titolo... e "Pharnabazos l’Ammazza-Vermoni" mi suona proprio bene! – esclamò il nano, lanciandosi con l’ascia sguainata verso quell’orrenda creatura, senza la minima esitazione.
– Auriel, non possiamo farlo andare da solo – disse Bröna, volgendomi un rapido sguardo.
Eliar era occupato a guarire le ferite di Din e Aglar. Dovevamo comprargli tempo. Era il momento di combattere.